Laboratorio di salute olistica

A proposito di ortoressia

ortoressia - Mi voglio benessereL’ortoressico è qualcuno che fa del salutismo alimentare estremo lo scenario in cui esprimere una precisa sofferenza emozionale e disagio psichico.
E’ sempre bene ricordare, quando si maneggiano etichette diagnostiche, che ogni disturbo è espressione del contesto in cui si manifesta, il quale offre i modi e i temi con cui esprimerlo e la chiave di lettura per decifrarlo. Ogni disturbo racconta l’epoca in cui si sta vivendo, i conflitti che hanno la possibilità di venire elaborati e quelli interdetti.
Mettiamo a confronto ortoressia e anoressia. Lo sfondo della diffusione massiccia dell’anoressia è la memoria collettiva di due guerre mondiali, di famiglie che hanno combattuto la fame, per cui il cibo e la sua disponibilità divengono simbolo di benessere e di rinascita; nel condividerlo, accettarlo, rifiutarlo, i membri di una società si comunicano messaggi sulla propria appartenenza, sull’accettazione di regole condivise, sulla qualità dei loro legami. Diviene un simbolo che conferisce all’atto del mangiare, dell’accettare e del rifiutare il cibo il valore di un messaggio sulla volontà di identificarsi, aderire o invece differenziarsi dal contesto di appartenenza.
E nel microcosmo della famiglia, il cibo diviene il terreno in cui la figlia anoressica lancia ai genitori una sfida spiazzante: “Non sono cose che voglio da voi, non è cibo che voglio, ma amore”. Il rifiuto del cibo è un atto di rappresaglia che denuncia che un altro ordine di nutrimento è mancato, quello più profondamente emotivo, che implica il darsi oltre che il dare, la disponibilità a mettersi in discussione, ad accogliere ed amare l’altro così com’è, a riconoscere le proprie ferite nello specchio della relazione.

Di ortoressia si comincia a parlare in un tempo recente molto diverso. Il cibo è divenuto oggetto di un interesse sociale e mediatico mai conosciuto prima. Ogni giorno si scrive, si legge, si fotografa, si gareggia intorno ad esso: programmi televisivi, siti, social network propongono ricette secondo criteri variabili di velocità, gusto, raffinatezza, tradizione, ricerca. Contemporaneamente, la disponibilità sempre crescente di informazioni sulla salute anche alimentare, la diffusione esponenziale di conoscenze mediche anche tra i non addetti ai lavori, le campagne di sensibilizzazione sugli organismi geneticamente modificati, sugli effetti del tal regime dietetico, ecc… fanno di ciascuno di noi un potenziale “esperto” in materia di salute e malattia. Ma soprattutto, il bersaglio e il consumatore di messaggi ambivalenti che da un lato seducono, dall’altro terrorizzano: il cibo come piacere, il cibo come rischio.

Questo è lo sfondo che oggi vede in aumento un tipo di disturbo, ancora oggetto di riflessione in ambito psichiatrico, che fa dello stile di vita salutista una vera e propria ossessione. Il disagio non si esprime questa volta nel rifiuto di mangiare ma in una selezione sempre più ristretta, cavillosa, ansiosa e invalidante, dei cibi da assumere per essere sani e nell’adozione di abitudini rigidamente finalizzate a questo (ed esempio l’attività sportiva).
In questa idea di salute, il limite è spostato sempre più in là. Ogni pasto è meditato con ampio anticipo e realizzato secondo criteri che tengono ossessivamente conto di composizione nutrizionale, esposizione ad agenti chimici, possibili contaminazioni esterne, alimenti permessi e alimenti proibiti. Chi si avvita in questa condizione, smette di mangiare al ristorante o a casa d’altri perchè angosciato all’idea di non potersi alimentare come vuole. Quando può, porta con sé il cibo che ha cucinato ma è preoccupato che la pentola in cui verrà riscaldato possa rilasciare metalli pesanti che lo contamineranno e facilmente nei giorni a seguire ricorrerà ad alimenti depuranti e aumenterà la già intensa attività sportiva nel tentativo di smaltire le tossine.
Occuparsi e preoccuparsi della propria alimentazione sono due cose molto diverse. Dedicare attenzione e tempo al cibo, leggere le etichette con la composizione si quello che compriamo, eliminarne alcuni e preferirne altri… non significa essere “ortoressici”. L’ortoressia racconta una condizione di disagio che nulla ha a che vedere con scelte alimentari di natura etica e/o salutistica quali vegetarismo o veganismo, a cui erroneamente viene spesso associata; quando queste siano praticate con equilibrio e consapevolezza, senza incorrere in carenze nutrizionali, e siano strumento di benessere complessivo. E’ proprio questo il punto: equilibrio, consapevolezza e benessere. Dove manchino, anche l’alimentazione può diventare lo scenario di una lotta con se stessi e con gli altri, il linguaggio con cui una profonda forma di sofferenza interiore sceglie di esprimersi. Dove manchino, un’anoressia pre-esistente può evolvere in ortoressia, o un regime vegano irrigidirsi in schemi alimentari che debilitano l’organismo. In tutti questi casi, occorre risalire dalla forma esteriore al paesaggio emotivo interno e al messaggio relazionale implicito in questo linguaggio che è l’alimentazione, un idioma “sensato” che condivide e rivela le paure, le ferite, i conflitti presenti nello sfondo collettivo ed è quindi leggibile a partire da questo.

ortoressia - Dr.ssa Silvia RiccamboniChi soffre di ortoressia, tende a ritenere la propria alimentazione corretta e salutare – in modo non così diverso da come l’anoressica è convinta di alimentarsi a sufficienza. Per poterla mantenere negli standard desiderati, per poter esercitare sul cibo il controllo necessario per gestire la propria ansia, facilmente si isolerà sempre di più; all’inizio solo quando si tratta di mangiare, andando avanti anche nel resto del tempo. Qualora non possa alimentarsi come vuole, l’ansia esonda oltre la zona di confort creando un grosso disagio. Sono proprio queste le circostanze in cui la persona può, se pronta, rendersi conto di avere un problema e/o essere aiutata da chi ha accanto a comprendere che è venuto il momento di cercare sostegno.

Dr.ssa Silvia Riccamboni

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