Laboratorio di salute olistica

Il coraggio della vulnerabilità

“Semplicemente siedi, senza aspettative, con qualcuno che è nel dolore, nella paura o nella solitudine o anche nella disperazione, senza cercare di aggiustarli in alcun modo, di manipolare la sua esperienza per farla adattare alla tua idea di come dovrebbe essere; ascolta solamente, senza giocare il ruolo di “esperto”, o di “guru illuminato”, o di quello che sa”; sii totalmente disponibile a chi è di fronte a te e cammina con lui attraverso il fuoco, stringendo la sua mano quando è a terra. Ecco come si comincia a guarire l’altro: attraverso l’amore. Oltre ogni ruolo, non protetti, irrisolti, indifesi, allora davvero ci incontriamo”.  Jeff Foster

VulnerabilitàRivolgersi ad uno specialista per un disturbo fisico può risultare più semplice che chiedere aiuto per una sofferenza emotiva. “È il corpo, non sono io” pensiamo, mentre raccontiamo al medico i nostri sintomi e quali limiti ci stanno creando. Ma raccontare il dolore emotivo, permettere all’altro di entrare nel nostro paesaggio interiore quando questo somiglia ad una città bombardata – distruzione e caos ovunque – può essere molto difficile.

Se fatichiamo ad accettare la nostra vulnerabilità – a non giudicarci per la paura che proviamo, la confusione, la rabbia, il desiderio… – come possiamo ammettere qualcun altro alla vista di quella “parte terribile” di noi, rivelare ad altri che ci sentiamo impotenti, destabilizzati, rabbiosi, desideranti, arenati nella nostra impasse? Che non riusciamo a reagire, fare diversamente, non ancora, mentre tutto intorno a noi decanta ideali di prontezza e incita alla perfezione, al successo, alla felicità ad ogni costo, bombardandoci con giudizi impliciti ed espliciti su cosa sia adeguato e desiderabile: prestazioni invidiabili, vite piene di impegni immuni alla stanchezza, corpi perfetti eternamente giovani, lo stesso benessere psicofisico come dovere e metro sociale per valutare il nostro punto di evoluzione personale.

Eppure proprio la vulnerabilità accettata, osata, condivisa – l’impazienza per una notizia che non arriva, il dolore per la fiducia tradita, la delusione di un sentimento non ricambiato, lo smarrimento per non sapere cosa fare, il lutto per un abbandono… – ci tiene vivi, interi, in contatto con noi stessi e con il mondo. Così come la vergogna e il senso di inadeguatezza per ciò che proviamo ci esiliano invece in un luogo buio, solitario e lontano da cui può diventare difficile tornare.

In che modo un accompagnamento psicologico può essere d’aiuto? Per comprendere ed elaborare il legame tra vulnerabilità, vergogna, paura, colpa… e il nostro primitivo senso di sopravvivenza. Anche quando razionalmente riconosciamo che non c’è nulla di male in ciò che proviamo, un meccanismo più profondo, viscerale, istintivo ha già scatenato il nostro senso di inadeguatezza, la paura di essere rifiutati se mostriamo la nostra vulnerabilità, il dubbio di non essere amabili nella nostra più piena autenticità. Il senso di vulnerabilità che ci coglie quando osiamo chiedere non sapendo se saremo accontentati, quando proviamo qualcosa di nuovo per la prima volta, quando non possiamo esercitare il solito controllo, diciamo “Ti amo” per primi, confessiamo di avere paura, entriamo in conflitto,… racconta il bisogno fondante di appartenenza che è in ciascuno, le prove a cui temiamo di sottoporre i nostri legami quando ci permettiamo di mostrare noi stessi; e come questo parli di noi, della nostra storia, di come siano andate le nostre esperienze di autenticità e appartenenza nelle relazioni con i nostri genitori, quando eravamo totalmente dipendenti dal legame con loro.

Dove tali esperienze abbiano lasciato delle ferite, può accadere di inciamparvi quando circostanze analoghe si ricreino nella nostra vita; e d’altra parte quelle stesse ferite possono condizionare i nostri comportamenti inducendo situazioni simili a ripetersi.

Ma quando accettiamo che la vulnerabilità sia parte integrante della nostra (e altrui) vita, con pari naturalezza e dignità del coraggio, della forza… e quando riceviamo il sostegno sufficiente per osare essere noi stessi così come siamo e mostrarlo a chi ci è accanto, quel luogo buio di solitudine può popolarsi nuovamente di un’inaspettata, condivisa umanità.

Le cicatrici sono aperture attraverso le quali un essere entra nella solitudine dell’altro.
Frida Kahlo

Dott.ssa Silvia Riccamboni

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