Laboratorio di salute olistica

La montagna nuda

Marco Adriani - mi voglio benessereE’ nelle serate d’inverno, quando il gelo ti penetra le ossa e nell’aria si espande il profumo della legna di faggio che arde gagliarda nelle stufe, che la montagna mostra integralmente il lato più genuino della sua anima primordiale, che nemmeno il progresso e la mercificazione del turismo legato agli sport invernali ha saputo scalfire.
A chi ha la fortuna di attardarsi sulle cime quando oramai il giorno volge al termine e la chiassosa presenza umana ha abbandonato il campo, la montagna sa offrire silenzio e accoglienza, come se, riappropriandosi degli spazi che ha dovuto cedere, suo malgrado, durante il giorno, finalmente potesse esprimere e manifestare appieno la sua vera natura.
Nell’immobile paesaggio, che sembra congelato dagli artigli dell’inverno, diventa più facile assaporare il profumo della neve, i colori vivaci di un tramonto o il volo placido di un solitario rapace ed immaginare che i nostri sensi altro non ci riportino che uno spettacolo che va ripetendosi immutato da secoli e di cui noi ci sentiamo come temporanei, quanto effimeri, spettatori.
Ed è sempre in inverno che con più facilità si riesce a leggere e ad immaginare nelle rughe millenarie delle montagne ciò che lo scorrere del tempo ha registrato nel corso della loro lunga storia.
Sotto le chiome di alberi spogli la vegetazione si fa più rada ed ecco che, come quando in primavera si ritira il manto nevoso scoprendo ciò che a lungo è stato sepolto, tracce di sentieri abbandonati sembrano emergere d’incanto come dal nulla.
Solo in questo periodo, sempre che non sopraggiunga la neve, quando la vegetazione si ritira e concede passaggi che spesso in estate non sono permessi, è possibile avventurarsi alla ricerca di antichi percorsi che nel passato furono le vie di comunicazione delle genti di montagna.
Così, talvolta, in quello che sembra il più selvaggio dei boschi, si scoprono dei muri a secco che presumibilmente segnavano i confini tra le proprietà, o si rinvengono dei rifugi dove probabilmente i pastori si riparavano quando dovevano trascorrere la notte in alpeggio. A volte sono i manufatti della grande guerra a testimoniare che quello che oggi sembra essere un ameno paesaggio fu, in tempi non troppo lontani, teatro di immani tragedie.
Nel sottobosco, finalmente illuminato dai raggi del sole non più filtrati dalle foglie, si individuano con facilità le piste degli animali selvatici, primi tra tutti i camosci, e allora ci si rende conto della fitta rete di percorsi che anima quello che a prima vista potrebbe sembrare un ambiente totalmente disabitato.

E’ in situazioni come queste che la mente dell’escursionista si abbandona alla scoperta e all’immaginazione. Nel provare a rievocare gli eventi che si sono via via avvicendati nell’ambiente in cui si trova, ecco che tutto acquista una sua personalità che va ben oltre l’immagine del momento.
E’ come se la montagna si spogliasse e si rivelasse nella sua essenza più profonda, sempre che vi sia un osservatore attento a cogliere ogni piccolo dettaglio, ogni più tenue sfumatura.

E’ facile poi che questo “esercizio” che ci si ritrova a fare nei confronti dell’ambiente che ci circonda si rifletta per analogia al proprio paesaggio interiore, trasformandosi in un viaggio dentro la propria storia.
Di fronte alla montagna nuda si finisce per spogliarsi a propria volta e a togliersi di dosso gli inutili orpelli che spesso si accumulano nel quotidiano vivere “civile”. Ci si riappropria di una parte della propria essenza che nel fare ritorno alla natura più cruda ed originale sembra trovare lo specchio migliore dove leggere ed interpretare l’immagine più vera di se stessi. Ben oltre, appunto, l’immagine del momento.

In inverno, quando il gelo ti penetra le ossa e le narici aspirano il profumo della legna che brucia nel camino, sai che è il tempo migliore per ascoltare il canto del tuo cuore.

Marco Adriani

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