Laboratorio di salute olistica

Spiritualità come fuga da sè

Traduco liberamente e con piacere questo articolo di Matt Licata letto nella sua pagina FB, perchè ne condivido pienamente il senso e risuona con la mia esperienza personale e professionale. Nessun benessere, guarigione o crescita è possibile se ci dissociamo da una qualunque parte di noi stessi; la gioia e la salute psicofisica chiedono Interezza. Un Intero che il mondo dell’olistico tenta di ricomporre proponendo discipline che agiscono su mente, corpo, emozioni, spirito… ed efficaci solo quando ci permettono di essere, interamente, Tutto ciò che siamo.

“Come psicoterapeuta che lavora spesso con bravi yogi e yogini, persone che meditano, ricercatori impegnati e praticanti di tutti i tipi, ho visto quanto sia facile usare la spiritualità per nasconderci dalla vita – dall’intimità, dai nostri sentimenti, dalle nostre vulnerabilità, dalle ferite irrisolte legate all’amore e dalla nostra esperienza incarnata immediata nel suo dispiegarsi momento per momento.
Possiamo negare, riempire, allontanare, reprimere e accantonare le nostre realissime sensazioni di dolore, rabbia, delusione e gelosia perché ad un qualche livello sono state definite non spirituali, inaccettabili o prova ulteriore della nostra indegnità. Oppure, agiremo all’esterno le emozioni abbandonandoci, identificandoci e fondendoci con esse, convinti che così stiamo stabilendo un vero contatto, mentre stiamo rotolando sulla loro superficie e facendo di tutto per scaricare l’energia disturbante che ribolle al di sotto.

In base al nostro specifico, storico nucleo di vulnerabilità – emerso intersoggettivamente nella nostra famiglia di origine come parte di una matrice relazionale – semplicemente non era sicuro incarnare alcune sensazioni perché scatenavano ansia in chi si prendeva cura di noi o lo portava a ritirare il suo amore, affetto, rispecchiamento e approvazione. In quanto piccoli, era un atto di gentilezza e creatività dividersi, scindersi e scollegarsi da quello che non eravamo evolutivamente in grado di digerire e metabolizzare da soli. Siamo costruiti per fare qualunque cosa pur di mantenere il legame con chi si prende cura di noi, anche se questo legame è precario, disarmonico, in sostanza non nell’interesse di alcuna coesione o integrazione.

Quando adottiamo nel tempo queste strategie di negazione e agiti – entrambi percorsi di aggressività e abbandono cronico – ci troviamo spesso a chiederci perché non ci sentiamo vivi, connessi e realmente capaci di aprirci agli altri – perché le cose non fluiscono per noi così come noi vorremmo. Ci chiediamo perché non ci sentiamo degni d’amore, perché non conosciamo quella sensazione fondamentale di essere amati o amabili esattamente come siamo. Ma una parte di noi sente che è solo nel contatto intimo e diretto con le nostre fragilità, in tutte le loro forme, che conosceremo quella vitalità e saremo capaci di assumerci davvero il rischio che l’amore realmente incarnato sempre richiede.

Finchè usiamo la spiritualità per evitare l’intimità, il contatto e le profondità del nostro essere – finché ne facciamo un altro mezzo per evitare le nostre vite non vissute – ci sentiremo soli nel nostro nucleo, disconnessi e separati dall’amore.

Come scopriamo i modi in cui usiamo idee, credenze, linguaggi, gerghi, esercizi, insegnamenti e pratiche spirituali per evitare la Relazione (con noi stessi e con gli altri), con quanta più gentilezza, spazio e compassione possibili possiamo riportare la nostra attenzione all’esperienza incarnata del presente.
Non dobbiamo vergognarci per questa scoperta o pensare che dimostri che abbiamo fallito o non siamo amabili. Possiamo invece usarla come opportunità per essere curiosi riguardo le strategie che abbiamo portato nella nostra vita adulta per scappare da un panico da sopravvivenza e da un’ansia veramente fastidiosi. E per cominciare ad aprire il cuore a questo movimento come alla strada migliore che abbiamo imparato per prenderci cura di noi stessi, fino ad ora. Perchè è solo un’estrema gentilezza che scioglierà le ferite e i grovigli dell’amore.

Come qualunque meccanismo di difesa, la relazione con la spiritualità ha svolto una funzione di adattamento e possiamo ringraziarla per l’aiuto che ci ha dato in un certo tratto del nostro viaggio. E possiamo iniziare, lentamente e con grande presenza e compassione, a permettere che la funzione protettiva svanisca e riprenderci la piena responsabilità per ogni sensazione ed emozione da cui ci siamo sapientemente dissociati, e inoltrarci nel mandala dell’integrazione e dell’interezza che non è altro che la nostra vera natura.

Come viaggiamo nel sentiero del cuore, riappropriandoci e reincarnandoci nell’interezza di ciò che siamo, noi creiamo un riparo per la luce e il buio dentro. E in questo diventiamo un ambiente sicuro per noi stessi e per gli altri, sempre più trasparente all’azione dell’amore”.

Dt.ssa Silvia Riccamboni

Dipinti di Jean-Michel Folon

Link all’articolo originale:

https://www.facebook.com/mattlicataphd/photos/a.1407838169523399.1073741828.1407835672856982/1475125182794697/?type=3&theater

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