Laboratorio di salute olistica

Un fiuto da lupe

“Vi immaginate una madre lupa che insegna alle sue cucciole a essere carine? A sorridere invece di difendersi dai predatori?” (Clarissa Pinkòla Estes)

Come si insegna ad una bambina a dire “no” a ciò che le fa male, permettendole così da grande di fare lo stessun fiuto da lupe1o e allontanarsi da chi in vario modo le nuoce?
Due passaggi sembrano cruciali in questo apprendimento.
Il primo, sostenerla nel fiutare il pericolo, per usare un’immagine cara a Clarissa Pinkòla Estes. Che è molto diverso dal terrorizzarla nei confronti del mondo, proiettandole addosso paure non sue. Rispettare le sue sensazioni anche quando diverse dalle proprie (“Ma non senti che fa freddo? Copriti chè hai freddo!”, “Non senti che buono questo cibo? Come fa a non piacerti?”), incoraggiarla ad ascoltarsi e a fidarsi del suo sentire e accogliere i suoi “No” anche quando rivolti ai genitori. Accoglierli non significa avvallarli negli effetti che potrebbero essere deleteri per lei, ma non inquinare il suo sentire quando esprime un’attitudine o un disagio con precetti del tipo “Non si dice No!” (perchè?) o aspettandosi che provi qualcosa di diverso.

Secondo aspetto. Non insegnare alle bambine ad essere comunque “carine”, accoglienti e permissive nei confronti di chi manca loro di rispetto o le ferisce in qualche modo. Si può essere educate anche senza divenire disponibili ad essere ferite. Questo passaggio, come il primo, presuppone che soprattutto la madre abbia maturato anzitutto in sé questa consapevolezza e atteggiamento – verso se stessa, verso il partner, verso il mondo. L’esempio è lo strumento di apprendimento più efficace, nel bene e nel male.

I bambini tendono spontaneamente a compiacere le aspettative dei genitori, a ripetere ciò che vedono fare loro o verso cui vengono incoraggiati. Se l’istinto suggerisce loro che qualcosa o qualcuno “non è buono” ma viene chiesto loro di accoglierlo in sé (che sia per mangiarlo, che sia per abbracciarlo), i bambini devono scegliere tra fidarsi di ciò che sentono e ricevere l’approvazione (e l’amore) dei genitori e tra le due cose scelgono sempre la seconda. E per risolvere a monte il conflitto tra ciò che sentono non buono, il doverlo mandare giù (un cibo come un’esperienza o una persona) e la fiducia nei genitori, anestetizzano il gusto e la capacità di sentire, in modo da non arrivare nemmeno al “no” e alle sue conseguenze.
Naturalmente sta alla sensibilità e all’intelligenza dei genitori non fare di questo il pretesto per assecondare la propria difficoltà a mettere dei limiti e a dire “no” a propria volta.

Non è semplice, lo sanno tutti i genitori che quotidianamente si interrogano sui metodi educativi più opportuni invece di ricorrere automaticamente a quelli che sono stati usati con loro o che trovano più facili, efficaci. Efficacia che spesso è misurata in quanto il bambino è obbediente e tranquillo, ma non è detto che questo sia il criterio ideale per valutare il suo grado di benessere e aiutarlo ad attrezzarsi per la vita adulta.

un fiuto da lupe2Guardando a ritroso nella storia di donne che, da adulte, non riconoscono situazioni e persone pericolose per la loro integrità fisica e psicologica, o che di fronte a queste si sentono in colpa nell’andarsene, nel dire “No”, e rimangono “carine” e accoglienti anche quando hanno un occhio pesto e il cuore a pezzi, vi sono molto spesso bambine che non hanno ricevuto il sostegno necessario, dunque il permesso, ad avere cura del proprio Bene come condizione a prescindere, prima o comunque non a scapito di quello altrui. Hanno dovuto scegliere tra il fare questo e il sentirsi adeguate, amate. Sono state incoraggiate a non ferire mai l’altro, non farlo sentire piccolo, solo o abbandonato, a capire i suoi comportamenti senza tenere conto di come questo le faceva stare, come aspetti impliciti di un ruolo sociale che, come un vestito, sarebbero riuscite a togliere solo molto tempo dopo, con un grosso e doloroso lavoro di comprensione di sé, spinte il più delle volte dalle ferite per relazioni non equilibrate con uomini problematici.
Dunque molto si gioca nell’infanzia e nella volontà di trasmettere alle proprie figlie un senso di rispetto e di amore, anzitutto verso e stesse.

Dr.ssa Silvia Riccamboni

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